La verità è che non ti piaci abbastanza

“Mentre cresciamo ci insegnano tante cose:

  • se un ragazzo ti da un pugno, gli piaci;
  • non tagliarti i capelli da sola;
  • un bel giorno incontrerai un uomo meraviglioso e anche per te ci sarà il lieto fine.

Ogni film che vediamo, ogni storia che ci viene raccontata ci scongiura di aspettare questo: la svolta del terzo atto, la dichiarazione d’amore inaspettata, l’eccezione che conferma la regola. Ma a volte siamo talmente concentrate sulla ricerca del lieto fine che non riusciamo a interpretare i segnali, a riconoscere chi ci vuole da chi non ci vuole, chi resterà da chi andrà via. E forse nel lieto fine non è compreso un uomo meraviglioso, forse sei tu da sola a rimettere insieme i pezzi e a ricominciare, per liberarti, in attesa che arrivi qualcosa di meglio in futuro. Forse il lieto fine è solo andare avanti. O forse il lieto fine è questo: sapere che nonostante le telefonate non ricevute e il cuore infranto, nonostante tutte le figuracce e i segnali male interpretati, nonostante i pianti e gli imbarazzi non hai mai e poi mai perso la speranza.”

Oggi credo di assomigliare a Beth: ho un fidanzato accanto da un anno e mezzo, un fidanzato che si prende cura di me, che lo fa davvero incluso il sopportare le lacrime il giorno prima degli esami, l’assecondare la mia voglia di gelato alle undici di sera e l’ascoltare, mentre guida per tornare a casa dal lavoro, le trame di tutti i libri che leggo e il mio struggermi perché non perdonerò mai a Catherine quello che ha fatto ad Heathcliff. Io lo amo e lui mi ama, lo sento sotto la pelle che è così, quando mi sta accanto, quando mi sveglia la domenica mattina, quando mi prepara il tè prima di andare a dormire, quando esce dalla doccia con il mio accappatoio rosso che gli va terribilmente corto, quando il venerdì sera dopo una settimana che legge codici incomprensibili per me mi manda le foto della strada di casa mia e mi dice che semplicemente è “qui” e per un giorno della settimana quel “qui” è finalmente il mio “qui”. Fino a qualche mese fa, la mia migliore amica assomigliava terribilmente a Janine, incastrata in una relazione stabile e solida che l’aveva resa felice un tempo ma che quel giorno proprio non ci riusciva. La mia vecchia coinquilina sorride come Gigi e abbiamo passato intere serate a domandarci perché quel ragazzo che le piaceva non le rispondesse, perché dopo essere usciti non l’avesse chiamata, perché ai suoi “come stai?” lui rispondeva che stava bene ma non chiedeva mai di lei. Probabilmente è ancora lì davanti al telefono ad aspettare anche se, se glielo chiedeste, vi sorriderebbe e vi direbbe che in fondo non ci sta male. Ed è sempre così, le storie si ripetono: le donne vivono credendo di essere l’eccezione almeno nella loro casa, almeno quando si tratta della propria storia d’amore. Lo credono, fin quando, anche se felici della loro relazione la misurano su quella delle commedie d’amore americane e allora, se cinque diviso due è due con il riporto di uno, qualcosa non torna. Perché se mi ama non mi ha mai portato tutte le tavolette di cioccolata della milka per non farmi scegliere, non sapendo ancora il mio gusto preferito? Perché invece di quindici rose rosse me ne regala solo tre? Perché quando quella volte che arrabbiata gli ho detto che mi sarebbe passata non ha risposto che era lui a volermela far passare, che non ero mai sola? Per non parlare poi dell’eterne amiche felici: di quelle che i fidanzati ricordano anche la data del loro primo bacio e le sorprendono una sera sì e l’altra pure, di quelle che vanno in vacanza scegliendo i giorni in base solo ai loro bisogni perché “lui mi ha detto che devo scegliere io e che lui si organizzerà in base a quando voglio io”.E tu il venerdì sera con addosso il pigiama con un panda che dorme mentre mangi tre, solo tre che sono a dieta, biscotti di quelli alla crusca che faranno anche bene ma non sanno proprio di niente, stai guardando per l’ennesima volta la morte del fidanzato cardiopatico di Izzie, ti chiedi in cosa sbagli tu se il tuo di fidanzato non sposta i suoi impegni per te. Oggi credo di assomigliare a Beth che di ritorno dal lavoro molla Neil dopo sette anni insieme perché lui non vuole sposarla, perché lui la ama a prescindere da quel contratto firmato. Una rottura netta, senza ripensamenti: Neil si trasferisce sulla sua barca e lei si getta a capofitto nei preparativi del matrimonio di sua sorella minore, perché lei sì che ha un uomo che la sposa, lei sì che avrà un sogno d’amore. Fino a quando dopo un’ora e quindici minuti, per lei un’ora e quindici minuti per noi sono mesi e mesi, non si rende conto che lui era per lei un marito più di quanto non lo siano gli uomini che le sue sorelle hanno sposato. Lui che anche se vestito con quei pantaloni beige che lei detesta e senza cavallo la viene ad aiutare senza che lei ha dovuto chiederlo: è andato a fare la spesa, sta lavando i piatti perché lei è stanca e in difficoltà e nessuno si salva da solo. E allora cosa importa? Che importanza ha? Perché permettiamo a tutte queste cose di rovinarci quello che abbiamo? Perché? Se ci rende felice, se si prende cura di noi, che importanza ha se detestiamo i suoi pantaloni estivi di cotone monocolore presi in serie? Che importanza ha se a lui piace che il dentifricio sia premuto dal fondo senza lasciare ditate al centro? Che importanza ha se quando gli mandi gli audio con la dichiarazione di Mr Darcy, tu non puoi vederlo, ma sai che sta alzando gli occhi al cielo?

So che mi stai leggendo, perché lo fai sempre e ti chiedo scusa, Neil (anche se il mio di Neal si chiama Marco), ti chiedo scusa per tutte le volte in cui ci ho autosabotato per delle sciocchezze, perché tu mi vuoi bene e io ne voglio a te. So che se leggete questo sproloquio è perché vi aspettate che io vi dia un parere sul film, ma sto cercando di ascoltare quello che dice e volevo dire alla mia amica Janine che, se non era quello che voleva, non deve aver paura ora delle serate in cui si sente sola, che ha fatto la cosa più coraggiosa, che ha scelto se stessa. Volevo dire alla mia amica Gigi che non deve stare davanti al cellulare ad aspettare, ma deve uscire perché qualcuno ha bisogno di lei. Volevo dire a me stessa che la verità non è che non gli piaccio abbastanza, la verità è che io non mi piaccio abbastanza da capire che gli piaccio abbastanza. Volevo dire a me stessa che mi merito una storia d’amore anche se non è come quelle che scrive Jojo Moyes, me la merito perché l’amore è quello che sento la domenica pomeriggio dopo pranzo e scegliamo un film da vedere, quello che sento il sabato sera davanti a una pizza gigante senza aver paura di farmi vedere affamata e struccata, quello che sento quando mi vedo attraverso i suoi occhi dopo aver salito una montagna e mi scopro diversa. L’amore è quando il mio “qui” è il suo “qui”, non quando lui segue uno sciocco cliché. La verità è che io gli piaccio abbastanza.

 

 

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